Intervistato
Prof. Luigi Coppola
Professore Ordinario di Materiali per l’Edilizia, Dipartimento di Ingegneria e Scienze Applicate - Università degli Studi di Bergamo e Presidente di ACI (American Concrete Institute) Italy Chapter

Luigi Coppola discute i cambiamenti in ambito normativo che introducono il tema della sostenibilità ambientale del calcestruzzo. La revisione della norma europea EN 206 e l'introduzione della norma UNI 11104:2025 in Italia segnano un cambio di paradigma: il calcestruzzo non è più classificato solamente in base a parametri reologici e meccanici, ma anche in relazione al suo impatto ambientale. Anche fuori dall’Europa, alcuni enti hanno già implementato approcci simili fissando delle soglie precise relativamente all’impronta carbonica del calcestruzzo utilizzato nei cantieri pubblici. In questo contesto, gli additivi, in particolare i cosiddetti “strength enhancer”, svolgono un ruolo cruciale nella riduzione dell'impronta di carbonio delle miscele.

Relativamente al tema della sostenibilità ambientale del calcestruzzo, come si sta muovendo l’Europa in ambito normativo? 

La normativa di riferimento per il calcestruzzo in Europa è la EN 206:2021 che attualmente è in fase di revisione. Nel nuovo testo della EN 206 (al momento sul tavolo delle diverse commissioni preposte alla revisione) viene introdotto il tema della sostenibilità ambientale del calcestruzzo, che potrà essere misurata attraverso una percentuale di riduzione dell’impronta carbonica rispetto ad un calcestruzzo di riferimento.

La classe di impronta carbonica del calcestruzzo di riferimento (una sorta di calcestruzzo basato su tecnologie obsolete e, pertanto, ad alto impatto ambientale) è funzione della classe di resistenza caratteristica a compressione e della classe di esposizione ambientale. In particolare, l’impronta carbonica del calcestruzzo di riferimento aumenta con la classe di resistenza caratteristica a compressione in quanto per confezionare calcestruzzi di più elevata resistenza è necessario far ricorso ad un maggior dosaggio di cemento che è il principale responsabile (per circa il 70-75%) dell’impatto ambientale del conglomerato cementizio.

La normativa italiana si è a sua volta adattata recependo un tema così importante?

L’Italia, prendendo a riferimento questa evoluzione in ambito europeo, si è mossa in anticipo ed ha emesso la UNI 11104 (la norma italiana per l’applicazione proprio della EN 206 sul territorio nazionale), in vigore dallo scorso luglio 2025, alla cui stesura ho personalmente contribuito. Questa normativa prescrive che il calcestruzzo prodotto in Italia deve essere indentificato non solo in base a parametri e caratteristiche “tradizionali” (classe di resistenza caratteristica a compressione, classe di esposizione ambientale, classe di consistenza, diametro massimo dell’aggregato, classe di contenuto di cloruri), ma anche attraverso la classe di riduzione dell’impronta carbonica rispetto ad un calcestruzzo di riferimento. Ad esempio, per un calcestruzzo di classe di resistenza C25/30, classe di esposizione XC2 (struttura di fondazione completamente interrata), l’impronta carbonica di riferimento è stata stabilita a 330 kg/m3. Pertanto, se il progettista indica quale classe di riduzione GWR 20 il calcestruzzo dovrà essere caratterizzato da una riduzione dell’impronta carbonica compresa tra il 20 e il 30%. In sostanza, nel caso specifico l’impronta carbonica del calcestruzzo C25/30 dovrà essere di 66-99 kg di CO2 inferiore rispetto a 330 kg/m3 che rappresenta l’impronta carbonica del calcestruzzo di riferimento. Se dovessimo indicare GWR 10 la riduzione richiesta (rispetto al calcestruzzo di riferimento) deve ricadere nell’intervallo 10-20% (33-66 kg di CO2 in meno rispetto a 330 kg/m3).
Oggi l'industria del calcestruzzo sta affrontando grandi sfide, come la necessità di produrre miscele a basse emissioni di carbonio e più sostenibili, mantenendo al contempo prestazioni elevate.

È la sola novità introdotta dalla normativa italiana in un’ottica di strategia di decarbonizzazione del settore del calcestruzzo? 

La norma UNI 11104:2025, a mio avviso, costituisce un documento significativo verso la strategia di decarbonizzazione del settore in quanto il calcestruzzo potrà essere identificato anche attraverso la classe di impronta carbonica: GWP – xxx – IT dove xxx è il valore massimo in kg di CO2 incorporata per la produzione del calcestruzzo. Ad esempio, GWP-250-IT significa che la CO2 incorporata non deve superare 250 kg/m3 “from cradle to gate” cioè nella fase (A1) di produzione degli ingredienti – cemento, aggregati, additivi, aggiunte – nella fase (A2) che riguarda il trasporto degli ingredienti presso la centrale di betonaggio e nella fase (A3) relativa alla produzione del calcestruzzo in impianto.
Ritornando al caso del calcestruzzo dell’esempio precedente l’identificazione dello stesso avverrebbe, ad esempio, secondo questa stringa:
Classe di resistenza: C25/30, Classe di esposizione: XC2, Classe di consistenza: S4, Diametro massimo aggregato: 32 mm, Classe di impronta carbonica: GWP – 250 – IT.
In base alle novità introdotte dalla UNI 11104, si può comunque affermare che, in ambito normativo, in questo settore l’Italia è già all’avanguardia sia per aver recepito quanto contenuto nelle bozze di revisione della EN 206, ma anche per aver introdotto la classe di GWP di immediata comprensione anche per la platea dei meno esperti in fatto di impatto ambientale.

Ci sono situazioni similari fuori dall’Europa? 

Sì, un approccio sostanzialmente equivalente a quello europeo e italiano è stato adottato anche negli Stati Uniti ove è stato fissato un valore di riferimento (Baseline – Embodied Carbon from cradle to gate) per la CO2 incorporata da un m3 di calcestruzzo in funzione della classe di resistenza a compressione del conglomerato cementizio. Facendo un raffronto tra i valori di CO2 fissati a livello italiano e quelli statunitensi possiamo sostenere che l’Italia ha adottato valori leggermente più bassi (minore impronta carbonica del riferimento) o uguali a quelli statunitensi. Questo approccio “più virtuoso” dell’Italia ha radici storiche in quanto nel nostro Paese (come peraltro nella stessa Europa) è da decenni molto diffuso l’impiego dei cementi con basso contenuto di clinker (cementi portland al calcare), pozzolanici e d’altoforno con minore impronta carbonica rispetto al cemento portland che per lungo tempo ha caratterizzato la produzione statunitense di cemento.

A favore degli Stati Uniti bisogna evidenziare, tuttavia, come alcune amministrazioni (General Services Administration, Marin County) hanno già fissato la massima impronta carbonica per il calcestruzzo da utilizzare nei cantieri posizionandosi su una riduzione del 10-20% rispetto alla Baseline.

Qual è la Sua opinione sul sistema di rating sviluppato dalla GCCA (Global Cement and Concrete Association)?

Credo che l’approccio di GCCA sia molto simile a quello europeo e a quello statunitense avendo identificato delle classi di impronta carbonica da quella più bassa (A) a quella con maggior impatto ambientale (G) in funzione delle classi di resistenza a compressione. In particolare, i valori dell’impronta carbonica dei calcestruzzi di riferimento della UNI 11104 corrispondono a calcestruzzi di classe F in accordo alla classificazione GCCA.

Queste novità, quindi, interessano i produttori o coinvolgono anche i progettisti e le committenze pubbliche e private…

Al pari di quanto evidenziato per gli Stati Uniti è auspicabile che le committenze più importanti (per l’Italia: Rete Ferroviaria Italiana, Autostrade per l’Italia, ANAS) inseriscano nei capitolati un valore limite della GWP (o una classe di riduzione GWR rispetto al calcestruzzo di riferimento) in base alla classe di resistenza caratteristica del calcestruzzo. Una minore classe di GWP (o, il che è lo stesso, una maggiore classe di riduzione dell’impronta carbonica) potrebbe costituire un “requisito premiante” in sede di aggiudicazione della fornitura del conglomerato cementizio. Per quanto riguarda l’edilizia diffusa (residenziale, terziario, ecc.) è auspicabile che siano i progettisti ad integrare la specifica sul calcestruzzo con la classe di GWP (o con la classe di riduzione GWR) per favorire l’impiego di conglomerati cementizi a minore impatto ambientale.

Val la pena di sottolineare che occorre adottare una politica dei “piccoli passi” evitando “salti nel vuoto” che significa attenzione a prescrivere riduzione dell’impronta carbonica rispetto al calcestruzzo di riferimento superiori al 30% perché questo obiettivo potrebbe essere incongruente con i materiali e le tecnologie in nostro possesso. Pertanto, il suggerimento è la politica “dei piccoli passi” richiedendo riduzioni dell’impronta carbonica del 15-30% al massimo per far si che il calcestruzzo possa essere realmente prodotto. Nell’immediato futuro è possibile che si possa ambire ad una riduzione dell’impronta carbonica superiore a questi valori.

Il suggerimento è la politica “dei piccoli passi” richiedendo riduzioni dell’impronta carbonica del 15-30% al massimo per far si che il calcestruzzo possa essere realmente prodotto.

Cosa si può fare, quindi, per essere più incisivi in questa strategia di decarbonizzazione? 

Come ho già anticipato, l’impronta carbonica del calcestruzzo è in massima parte attribuibile al cemento impiegato nel suo confezionamento. Pertanto, le strategie di decarbonizzazione consistono sia nell’utilizzare cementi a ridotta impronta carbonica che nel ridurne il dosaggio, fermo restando il rispetto dei requisiti meccanici e di durabilità. Riguardo al primo aspetto, registriamo una costante riduzione nel consumo di cemento Portland (contraddistinto da un’impronta carbonica di circa 815 kg/ton) e un incremento nell’impiego di cementi a minore impronta carbonica con bassi rapporti clinker/cemento (K/C).

Un trend che è destinato a proseguire con l’introduzione sul mercato di cementi conformi alla EN 197-5 e EN 197-6 caratterizzati da una minore impronta carbonica per via del minore rapporto K/C. È evidente che la riduzione di questo rapporto K/C non è indolore per il calcestruzzo in quanto è notorio che l’impiego di questi cementi poveri di clinker riduce le resistenze sia a breve (1-3 gg) che a lungo termine (28 gg).

Pertanto, se si vogliono lasciare invariate le prestazioni del calcestruzzo facendo ricorso a cementi a minor impatto ambientale è fondamentale il ruolo degli additivi e di quelli riduttori di acqua in particolare. La ricerca in questo settore sta producendo uno sforzo importante per ridurre o annullare sia il lento sviluppo della resistenza iniziale che la minore prestazione a lungo termine.

Relativamente a questo aspetto una nuova frontiera di additivi denominati “strength enhancer” lascia ben sperare nell’ottica di risolvere la lentezza di sviluppo delle resistenze a breve/lungo termine tipica dei calcestruzzi confezionati con cementi contraddistinti da bassi rapporti K/C. Questi additivi agiscono incrementando la frazione di cemento che si idrata. In questo modo, sfruttando meglio il cemento utilizzato sarà possibile confezionare calcestruzzi con dosaggi di cemento decisamente più bassi di quelli attuali a pari prestazioni meccaniche e di durabilità riducendo in maniera sostanziale l’impronta carbonica del conglomerato cementizio.

Se si vogliono lasciare invariate le prestazioni del calcestruzzo facendo ricorso a cementi a minor impatto ambientale è fondamentale il ruolo degli additivi e, in particolare, dei riduttori di acqua e degli incrementatori di resistenza
Il ruolo degli additivi per calcestruzzo è fondamentale nella produzione di calcestruzzo a basse emissioni di carbonio. In particolare, gli incrementatori di resistenza permettono di aumentare le resistenze meccaniche a tutte le stagionature.

Cosa prevede per il prossimo futuro?

Il futuro è adesso: cementi a ridotta impronta, efficaci super riduttori di acqua, additivi strength enhancer sono le strategie di breve termine. Il futuro è di difficile individuazione, ma di certo la cattura della CO2 in cementeria rappresenterà il salto di qualità per una drastica riduzione della CO2 e per il raggiungimento della condizione net-zero carbon concrete.
Intervistato
Prof. Luigi Coppola
Professore Ordinario di Materiali per l’Edilizia, Dipartimento di Ingegneria e Scienze Applicate - Università degli Studi di Bergamo e Presidente di ACI (American Concrete Institute) Italy Chapter
Linee di prodotto
Soluzioni per il calcestruzzo preconfezionato
Ti potrebbe interessare anche
Calcestruzzo sostenibile: riduzione delle emissioni di CO₂ con geopolimeri e rinforzi innovativi
Ricerca e Sviluppo
03/09/2024
Calcestruzzo sostenibile: riduzione delle emissioni di CO₂ con geopolimeri e rinforzi innovativi
Calcestruzzo sostenibile: i vantaggi degli additivi per le miscele a base di materiali cementizi supplementari
Il parere dell'esperto
09/07/2024
Calcestruzzo sostenibile: i vantaggi degli additivi per le miscele a base di materiali cementizi supplementari
CUBE System: un approccio integrato
Ricerca e Sviluppo
08/05/2024
CUBE System: un approccio integrato
Mapecube 2: l’additivo che riduce l'impatto ambientale dei prefabbricati in calcestruzzo
Il parere dell'esperto
22/07/2025
Mapecube 2: l’additivo che riduce l'impatto ambientale dei prefabbricati in calcestruzzo