Intervista alla dottoressa Federica Rinaldi, Responsabile Unico del Progetto e Direttrice del Museo Nazionale Romano, all’architetto Barbara Nazzaro, Direttore Lavori e Responsabile tecnico dell’Anfiteatro Flavio, alla dottoressa Angelica Pujia, Responsabile Servizio Restauro, sul significato degli interventi di valorizzazione degli ambulacri meridionali del Colosseo e il loro valore oggi.
Dottoressa Rinaldi, gli ambulacri meridionali rappresentano un elemento strutturale importante dell’Anfiteatro. Nella lunghissima storia del Colosseo, quale ruolo hanno avuto gli ambulacri e come si è evoluta la loro funzione nel tempo?
Gli ambulacri meridionali (cioè i corridoi e i passaggi coperti situati nella parte sud del Colosseo) hanno avuto un ruolo fondamentale nella struttura e nella vita dell’anfiteatro nel corso dei secoli. Dal punto di vista strutturale contribuirono alla solidità dell’edificio, distribuendo i carichi delle gradinate e sostenendo i diversi livelli dell’anfiteatro; dal punto di vista funzionale furono utilizzati come corridoi di circolazione per spettatori, gladiatori e personale, permettendo l’accesso rapido ai diversi settori (cavea, arena, vomitoria); senza dubbio però ospitarono anche ambienti di servizio (magazzini, depositi, aree di attesa per gladiatori o animali).
Dopo la fine dei giochi gladiatori (V secolo) e la progressiva decadenza dell’Impero romano gli ambulacri – in generale - persero la loro funzione originaria, perché l’anfiteatro venne riutilizzato come abitazione, bottega, luogo di rifugio e persino come fortezza di famiglie nobili (come i Frangipane nel Medioevo). In particolare gli ambulacri meridionali crollarono ripetutamente a seguito dei terremoti del IX e del XIV secolo, e furono riutilizzati come cave di materiali, da cui si prelevavano blocchi di travertino e metalli.
Con la riscoperta dell’antico e la crescente devozione cristiana, il Colosseo fu visto come luogo sacro: gli ambulacri furono riadattati per funzioni religiose o devozionali e addirittura in alcuni di essi vennero installate stazioni della Via Crucis e piccoli altari.
Con l’età contemporanea gli ambulacri meridionali sono stati oggetto di restauri e scavi archeologici, che hanno permesso di comprendere meglio la complessa articolazione interna del monumento. Oggi, la loro funzione è museale e didattica, ospitando percorsi di visita, mostre temporanee e installazioni che illustrano la storia del Colosseo.
Può spiegare l’importanza storica e archeologica di questo intervento e in che modo questo lavoro contribuisce a preservare un’opera unica al mondo?
L’importanza archeologica discende dall’occasione, irripetibile, di aver scavato tutti i livelli di vita, di occupazione, di uso e riuso dell’Anfiteatro, in modo estensivo, dal contemporaneo fino alla fondazione, recuperando dati conoscitivi preziosi per la ricostruzione della Storia dell’edificio. L’importanza storica risiede nell’aver restituito la forma e la geometria all’Anfiteatro, in quel settore meridionale crollato, che da sempre ormai disegna un Colosseo interrotto. La nuova musealizzazione, con la riconfigurazione dei due ambulacri, ritmicamente segnalati dai pilastri e dai gradini della crepidine che hanno restituito verticalità a tutto il monumento, contribuirà nel tempo a mantenere la memoria del Colosseo e della sua funzione simbolica ed iconica.
Architetto Nazzaro, quali sono gli aspetti più delicati e complessi che si incontrano quando si interviene in un’area con un elevato valore storico e culturale come il Colosseo, e quali avete incontrato in questo progetto?
Il Colosseo è un’icona la cui notorietà è mondiale, e ogni intervento, realizzato nel rispetto delle “regole” del restauro archeologico, va affrontato con tutte le cautele e riflessioni che il monumento merita.
I restauri nel Colosseo sono iniziati con la realizzazione del cosiddetto Sperone Stern nel 1807 e sono proseguiti per tutto l’800 con diverse declinazioni delle teorie del restauro che sa andavano formando. Naturalmente nel XIX secolo le compatibilità degli interventi di restauro erano focalizzate sulle reintegrazioni che nascevano soprattutto per questioni legate a garantire la stabilità del rudere e a integrare e completare parti mancanti che ne compromettevano la stabilità.
Le discussioni tra gli addetti ai lavori sono sempre state accesissime, già dal primo intervento di Raffaele Stern, fortemente criticato, e dai successivi restauri di completamento operati da Giuseppe Valadier nel 1826 e poi alla metà del secolo da Gaspare Salvi e da Luigi Canina. Questi interventi, che hanno fatto la storia della dottrina del restauro vanto della scuola italiana che nel ‘900 ha trovato le sue teorizzazioni, avevano però il vantaggio di utilizzare materiali tradizionali, compatibili con i materiali antichi.
Ancora gli interventi dei primi anni del ‘900 che, con le integrazioni dei “ritrovati ipogei” e con le rifunzionalizzazioni delle scale che consentivano di connettere il livello terra (da consuetudine I ordine) con il II, hanno previsto l’uso di materiali tradizionali; è invece dal dopoguerra che nel monumento è iniziato l’uso di materiali più contemporanei che, come oramai noto non hanno compatibilità con le murature antiche. L’uso di materiali cementizi e addirittura di asfalto hanno creato seri problemi in alcuni ambiti dell’Anfiteatro, come la manifestazione delle oramai note problematiche quali risalite di sali.
Il Progetto di scavo degli ambulacri meridionali e la relativa valorizzazione dell’area necessitava di un cambio concreto di passo nell’ambito della scelta dei materiali da impiegare che rispondessero all’esigenza di ridurre drasticamente l’utilizzo di materiali non compatibili con l’antico e che aprissero la strada ad un approccio di restauro che consenta l’uso di materiali contemporanei senza effetti negativi sull’antico.
Dottoressa Pujia, la collaborazione con partner tecnici privati può risultare strategica. Quali competenze e tecnologie può apportare e come si integra il loro lavoro con quello di archeologi e restauratori?
La collaborazione con i partner tecnici privati rappresenta oggi un elemento strategico nei piccoli e grandi interventi conservativi, come quello appena concluso presso gli ambulacri meridionali del Colosseo. Queste realtà rappresentano il volano di sinergie che non si limitano a fornire tecnologie avanzate, ma contribuiscono attivamente allo sviluppo di prodotti e soluzioni specifiche, nate dal confronto diretto con i restauratori, architetti e archeologi. L’unione tra la conoscenza dei materiali e delle tecniche tradizionali, propria del restauratore conservatore, e la ricerca tecnologica dei partner privati genera innovazioni mirate, rispettose dell’autenticità del monumento.
Si tratta di un dialogo costante, in cui le ditte private affiancano architetti, archeologi e restauratori mettendo a punto strumenti di analisi, materiali e sistemi di intervento calibrati sulle esigenze reali del monumento. Questa sinergia consente interventi più consapevoli, sostenibili e scientificamente fondati, capaci di coniugare esperienza artigianale e progresso tecnologico al fine di implementare le conoscenze e gli strumenti a disposizione.