Da Realtà Mapei n° 156 - 18/11/2019

Il valore dell’innovazione per favorire il progresso

Alberto Quadrio Curzio, Presidente Emerito dell’Accademia Nazionale dei Lincei di Roma e Professore Emerito di Economia Politica dell'Università Cattolica di Milano, ricorda Giorgio Squinzi.

Giorgio Squinzi ci ha lasciato ma la sua opera e il suo esempio resteranno nel tempo. Sin d’ora è importante richiamare alcuni aspetti salienti, anche come amico, di una personalità eccezionale. Lo farò usando le mie categorie concettuali che sono quelle di uno studioso accademico. Tali categorie potrebbero apparire astratte ma non credo lo siano state nelle opere di Giorgio, con il quale ebbi una forte sintonia.

Non mi soffermerò invece sui molti successi della sua vita operosa ma darò una testimonianza su quattro paradigmi ai quali Giorgio ha dato concretezza e che hanno consolidato un sentir comune con me, pur nei rispettivi e diversi “mestieri”, nel corso di vari decenni.

Giorgio ha costruito opere molto importanti su quei paradigmi che anch’io coltivavo come accademico.   

Il primo paradigma riguarda il ruolo della ricerca scientifica come uno dei principali propulsori della innovazione e della imprenditorialità moderna. Le convinzioni di Giorgio non riguardavano solo la strumentalità della ricerca per l’innovazione produttiva ma anche la necessità della ricerca di base. Perchè la stessa significava progresso le cui ricadute andavano spesso oltre le aspettative di prima istanza. Per questo egli interloquiva con famigliarità con vari soci lincei che erano studiosi nel campo della ricerca di base e della tecnoscienza e anche con economisti interessati soprattutto al funzionamento della economia reale.

Il secondo paradigma riguarda il ruolo della innovazione come sistema complesso dove l’imprenditore deve unire un insieme di competenze e convinzioni tecno-scientifiche, organizzative, economiche, istituzionali. Spesso le due “culture”, e cioè quella dell’accademico e quella dell’imprenditore, faticano a dialogare. Il primo talvolta considera l’altro “un praticone” e il secondo considera l’altro “un teorico”. Giorgio non si è fatto rinchiudere in queste classificazioni stereotipate e ha saputo interpretare quella “terzietà” che lo ha reso davvero un imprenditore innovatore e dialogante con le due “culture”

Il terzo paradigma riguarda l’internazionalizzazione. Giorgio sapeva che questa non era solo esportazione ma produzione in vari contesti territoriali ed economici, anche istituzionali e culturali. Il suo modello di internazionalizzazione era multifattoriale dove l’elemento umano e quello culturale contavano moltissimo. La tecnoscienza, la produzione e il mercato erano cruciali ma anche le persone nel loro vivere in un contesto sociale.

Il quarto paradigma riguarda il liberalismo sociale. È l’applicazione del principio di sussidiarietà, dove le forme associative svolgono un ruolo essenziale e generano una espressione organizzata che porta gli interessi settoriali alla complementarietà con quelli generali. Questo vale anche nelle relazioni dei singoli Stati della Ue e l’insieme della Unione alla quale Giorgio molto credeva.

Per concludere desidero richiamare un incontro tra i tanti in pubbliche manifestazioni alle quali partecipai con Giorgio. Nel maggio 2012 fu presentato alla Università Cattolica il mio libro intervista “Oltre la crisi” con Romano Prodi, amico di una vita, e Giorgio Squinzi da me invitati come principali relatori. In quella occasione rivisitammo i paradigmi sopra riportati nelle diverse angolature di “mestiere” constatando ancora una volta le nostre complementarietà. Sono certo che le stesse furono apprezzate anche da Adriana (che fu studentessa di Romano e mia a Bologna) presente in sala e alla quale va ora il mio più affettuoso pensiero per la dipartita terrena di Giorgio.

 

Un modello imprenditoriale


Ho incontrato per la prima volta Giorgio Squinzi in occasione di una pubblicazione di Prometeia, dedicata al settore delle piastrelle, circa venti anni fa. Si trattava di un momento importante per il settore delle ceramiche italiane: le grandi sfide, ricorrenti ancora oggi per parte della manifattura, erano quelle della crescita dimensionale e dell’internazionalizzazione.

E la Mapei, grazie a Giorgio e alle sue idee molto chiare, ha giocato un ruolo di assoluto rilievo in quel contesto. La Mapei diventa un esempio: la grande attenzione al prodotto (derivante anche dalla sua personale preparazione), la sensibilità verso i mercati esteri, da lui considerati con lungimiranza alla stregua del mercato interno. Tutti elementi, questi, che hanno contribuito a far conoscere la Mapei di oggi, un gigante internazionale.

Il suo senso di responsabilità lo ha portato a prendersi carico anche dei doveri istituzionali, primo fra tutti con gli incarichi in Confindustria, dove ha saputo rappresentare i problemi sia dell’industria di medie dimensioni, sia del settore della manifattura italiana.

Il ricordo personale è legato al suo sorriso, alla cortesia sincera e mai affettata, alla gioia dei nostri incontri, anche se sporadici. Ha lavorato sempre con grande impegno, lasciando in tutti non solo la memoria ma anche la percezione della sua generosità, delle sue capacità professionali, e una visione di come e cosa dovrebbe essere un imprenditore italiano, oggi.

 

Angelo Tantazzi, Presidente Prometeia SpA

Orgogliosamente italiano

ma cittadino del mondo


C’è una grandezza speciale nella semplicità. Soprattutto in chi riesce a conservarla intatta dopo aver fatto crescere la piccola impresa paterna fino a farle scalare tutti i mercati del mondo. Fino a diventare imprenditore globale, il volto e il marchio fidato di un’eccellenza tutta italiana. E familiare.

Giorgio Squinzi è sempre rimasto sé stesso: l’ambizione di fare e di intraprendere, armata prima di tutto da un patrimonio di valori personali e familiari incorrotto da fatiche, rischi e imprevisti di una navigazione difficile in mari ovunque infestati da squali. Lui li vedeva, li incontrava e tirava dritto, sicuro di sé, della qualità dei suoi prodotti, delle promesse inesauribili dei suoi investimenti in ricerca.

Quando tornavo da Bruxelles e ultimamente da Roma, ci incontravamo il sabato mattina alla Mapei, nel suo ufficio al sesto piano. Un caffè insieme e lunghe chiacchierate sull’Italia, l’Europa e il mondo, il declino nell’aria e il tentativo di capire insieme dove stessimo andando. Le risate sugli ultimi pettegolezzi della politica nostrana ed europea che spesso lo sorprendevano incredulo. Le preoccupazioni per l’economia ferma, il futuro del paese e dei suoi figli e nipoti.

Dovremmo trovare il coraggio di andarcene, gli ripetevo spesso, anche l’ultima volta. Ma lui rispondeva no nonostante tutto: combattente instancabile, un grande italiano consustanziato nelle sue radici eppure multinazionale “in proprio” come pochi altri imprenditori nostrani.

Mi mancherai, caro Giorgio, il tuo accento milanese, la lucidità di analisi, il business della concretezza, la cultura e l’amore per la musica, l’esempio ma soprattutto il tuo sorriso di persona perbene. Sono fiera di averti conosciuto. Vorrei che la tua figura facesse scuola: l’Italia ne avrebbe un disperato bisogno.



Adriana Cerretelli, Giornalista

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